Cortona ha ricordato la figura di Giuseppe Maria Pancrazi. Venerdì 13 marzo alle ore 10 si è tenuta la conferenza dedicata al pioniere dell’archeologia, autore nel Settecento della prima pubblicazione che documentò quella che oggi è conosciuta a livello mondiale come Valle dei Templi. L’incontro dal titolo «Da Cortona a Girgenti, Giuseppe Maria Pancrazi e la nascita delle ‘Antichità siciliane’» si è tenuto nella sala del Consiglio comunale. Alla conferenza hanno partecipato gli studenti dell’istituto «Luca Signorelli». Dopo i saluti istituzionali del sindaco Luciano Meoni, del presidente del Comitato tecnico del Maec, Nicola Caldarone e del presidente dell’Accademia Etrusca, Paolo Bruschetti, sono intervenuto Giovanni Taglialavoro, autore Rai e Patrizia Rocchini, responsabile della Biblioteca dell’Accademia etrusca e della città di Cortona. La conferenza è stata tenuta da Alessandro Carlino, storico dell’architettura.
Le «Antichità Siciliane spiegate» (Napoli, 1751–1752) del padre teatino Giuseppe Maria Pancrazi nascono in seno all’Accademia Etrusca di Cortona: è proprio l’impulso degli accademici etruschi, intenti a rintracciare nelle civiltà del Mediterraneo antico le radici comuni delle popolazioni italiche, a trasformare una raccolta di medaglie siciliane in quella che diventerà la prima trattazione moderna dei templi di Agrigento. Il contributo ricostruisce questa genesi attraverso la corrispondenza inedita tra Pancrazi, Anton Francesco Gori e Francesco Vettori, restituendo a Cortona il ruolo di vera e propria ‘motrice’ – come la definisce lo stesso Pancrazi – dell’intera impresa.
Centrale, e finora trascurato dalla storiografia, è il contributo di Salvatore Ettore, pittore e disegnatore romano che accompagna Pancrazi nel lungo soggiorno siciliano (1745–1750) e conduce ad Agrigento una sistematica campagna di rilevamento. Le sue tavole del Tempio della Concordia – prime misurazioni scientificamente attendibili del monumento – costituiscono il nucleo iconografico più solido dell’opera e resteranno il punto di riferimento imprescindibile per la cultura architettonica europea della seconda metà del Settecento. Rivalutando il celebre giudizio negativo di Winckelmann, il contributo colloca l’opera accanto alle grandi pubblicazioni coeve di Robert Wood, Julien-David Leroy e Stuart–Revett, riconoscendole un ruolo precoce e significativo in quel fenomeno che, a metà Settecento, rivoluzionò la conoscenza europea dell’architettura del mondo antico.